Animali esotici a Ostia antica

Piazzale delle Corporazioni - Station 14
Piazzale delle Corporazioni, statio 14. La statio 14 era l’ufficio dei commercianti di Sabrata,

Il Porto di Ostia era l’approdo dei carichi di animali esotici provenienti dalle province dell’Impero diretti a Roma, destinati alle “venationes”: esibizioni, combattimenti o cacce in cui i “venatores” affrontavano belve feroci e non. Nell’ambito delle “venationes” si svolgevano le esecuzioni di condannati a morte “ad bestias”.

Il trasporto via mare di questi animali, irrequieti, spesso aggressivi e o di grande mole, era pericoloso, difficoltoso, costoso e fonte di numerosi inconvenienti. Gli animali che sopravvivevano alla cattura e al viaggio – una volta sbarcati ad Ostia, il porto dell’Impero – raggiungevano i “vivaria”, serragli di proprietà imperiale, suddivisi per tipologia. Gli elefanti, ad esempio, erano custoditi in un “vivarium” a Laurentum: a dieci miglia da Roma, collegata ad Ostia dalla via Severiana.

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Piazzale delle Corporazioni - Station 14
Piazzale delle Corporazioni, statio 14. La statio 14 era l’ufficio dei commercianti di Sabrata, Libia

Dall’Africa, dalla provincia di Libia, provenivano i grandi felini – leoni, pantere, leopardi, ghepardi – iene, antilopi e gazzelle. Dall’Egitto ippopotami, rinoceronti, coccodrilli. Dall’Alto Egitto e dall’Etiopia giraffe e scimmie. Dalla Palestina leoni, orsi, tori selvatici e ippopotami. Dall’India, lungo la rotta del Maris Erythraei (che includeva Mar Rosso, Golfo Persico e Oceano indiano), giungevano a Roma grandi varietà di tigri. Dalla Gallia, dalla Spagna, dalla Germania e dalla Dalmazia provenivano via terra lupi, orsi, cinghiali, cervi, tori. Tra gli animali esotici mansueti imbarcati per Roma dalle province dell’impero figurano zebre, giraffe e struzzi africani, zebù indiani, bisonti, foche e uccelli di ogni specie. La cattura competeva, in parte, a reparti specializzati dell’esercito: in età imperiale i “venatores immunes”, cacciatori esonerati dai normali servizi militari. A Roma operavano speciali reparti delle coorti pretorie ed urbane.

Mosaico del tepidarium delle Terme dei Cisiarii
Mosaico del tepidarium delle Terme dei Cisiarii

L’uso più antico di animali in spettacoli, citato da Plinio, risale alla metà del III sec. a.C. con elefanti catturati in Sicilia. Un’esibizione di struzzi si tenne verso il 197 mentre nel 186 si svolse combattimento con leoni e pantere. Nel 169 gli edili curuli P. Cornelius Scipio Nasica e P. Cornelius Lentulus offrirono una venatio di 63 ferae Africanae, insieme a 40 orsi e 40 elefanti. Nel 58 a. C. fece la sua apparizione il primo ippopotamo, con cinque coccodrillli. Pompeo nel 55 a.C., per l’inaugurazione del suo teatro, offrì due “venationes” al giorno per cinque giorni, in cui mostrò le prime scimmie etiopi ed un rinoceronte indiano, oltre a leoni, elefanti, pantere e una lince. La prima giraffa a Roma comparve in occasione delle “venationes” durate cinque giorni offerte da Giulio Cesare per il suo quadruplice trionfo nel 46 in cui furono utilizzati anche numerosi elefanti e ben 400 leoni. Durante lo spettacolo offerto da Augusto nell’11 a.C. e in cui vennero uccise 600 “ferae Africanae”, venne esibita in una gabbia una tigre addomesticata.

PArticolare del mosaico della stanza E della  Domus della Fortuna Annonaria
Particolare del mosaico della stanza E della Domus della Fortuna Annonaria

Le condanne a morte “ad bestias”, di norma, si svolgevano nell’intervallo del pranzo delle venationes, durante il quale gli spettatori rimanevano nell’anfiteatro. La pena capitale “ad bestias” era uno dei “summa supplicia” comminabili alle persone di rango sociale inferiore, insieme alla “crux” e all’”ignis”, cioè alla crocefissione a alla vivicombustione. Nelle raffigurazioni, il condannato con le mani legate dietro la schiena, o legato ad un palo, veniva spinto contro le fiere da apposito personale; in altri casi, sempre con le mani legate dietro la schiena, appare in groppa ad un toro e assalito da un grande felino. I condannati dalla legge romana (“noxii”) erano di proprietà del fisco imperiale che li vendeva agli “editores” (gli impresari) perché fossero giustiziati: i “damnati ad bestias” erano malfattori e criminali, prigionieri di guerra, traditori, ribelli, cristiani.

Text: Francesco Lo Sardo, Imperialostia | Foto: Klaus Heese, OAPP

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